
23/03/2026 – Esito referendum sulla giustizia : l’ equo processo verso la fine
Si tratta degli stessi magistrati che rivendicavano l’assenza di interferenze politiche sulla magistratura
Peccato che molti cittadini non abbiano compreso come gran parte della magistratura abbia già deciso la parte politica con cui stare e che nessuna delle due parti voglia mettere in discussione questo sodalizio.
In ogni modo Oggi dobbiamo prendere atto di questa sconfitta. È una sconfitta che fa male e lo fa ancora di più perché nasceva da una conviNzione che il cittadino italiano fosse pronto a comprendere che non si trattava di uno scontro politico, ma di un referendum su un nostro diritto fondamentale quello dell’equo processo.
Quella volontà di informarsi con senso critico, soprattutto tra le nuove generazioni, che ero convinto sarebbe emersa, purtroppo non si è vista.
Su internet sono presenti numerosi video e testimonianze che mettono in luce criticità profonde del sistema giustizia italiano.
Figure autorevoli come Indro Montanelli hanno affermato con forza che, di fatto, nessun magistrato abbia mai realmente pagato per i propri errori.
Invece Molti cittadini hanno preferito credere ai racconti e alle narrazioni costruite da certa magistratura, aderendo a teorie lontane dalla realtà dei fatti e prive di qualunque reale attinenza con il diritto a un equo processo, che la magistratura dovrebbe garantire
La credibilità della magistratura oggi si attesta intorno al 54%. Resta però una domanda fondamentale: una fiducia così limitata può davvero garantire ai cittadini la piena tutela dei propri diritti davanti a un tribunale?
Ritengo che la crisi della magistratura non sia più episodica, ma ormai strutturale. Sempre più persone hanno la percezione che molte sentenze siano già sostanzialmente definite prima ancora della fase dibattimentale, e che il processo, le prove e il contraddittorio finiscano per assumere il ruolo di una semplice formalità, quasi come un “fiocchetto” posto su decisioni già confezionate in precedenza.
D’altronde solo chi ha vissuto direttamente il sistema giustizia può comprendere davvero la distanza che esiste tra la realtà dei fatti e la teoria che e’ stata raccontata.
Magistrati come Nicola Gratteri che sostenevano la necessità di riformare radicalmente il CSM, persino modificando la Costituzione e introducendo il sorteggio puro, inspiegabilmente, hanno poi appoggiato la campagna per il “No”, con i cittadini che lo hanno seguito solo per la credibilità che questo magistrato gode nei loro confronti.
Come è stato possibile dare credibilità a queste persone per me risulta ancora inspiegabile.
I sostenitori del “No” neL referendum hanno poi promosso una presenza capillare nelle scuole, teatri, centri culturali e sedi di partito, dichiarando di voler informare i cittadini sul funzionamento del sistema Giustizia
In realtà, tali iniziative si sono trasformate in una vera e propria campagna referendaria, monologhi indisturbati, orientata più a influenzare l’opinione pubblica che a fornire un’informazione imparziale: Ne è derivata una situazione in cui molti cittadini, di fatto, sono diventati succubi di un racconto unilaterale, costruito — secondo questa lettura — con l’obiettivo principale di difendere privilegi e interessi personali e di categoria, piuttosto che tutelare concretamente i diritti dei cittadini.
Il 5 febbraio 2026 si TENNE, presso il teatro di Correggio, gremito in ogni ordine di posti, un incontro dal titolo “Giustizia e Costituzione”. All’evento parteciparono il giudice Matteo Gambarati e l’avvocato Simone Franzoni, con l’obiettivo dichiarato di informare i cittadini sul funzionamento della giustizia a 360 gradi.
L’incontro si concluse con un mio intervento, nel quale posi una domanda precisa: cosa ne pensassero del comportamento del CSM quando un cittadino presenta una richiesta FOIA per ottenere dati aggregati relativi ai procedimenti disciplinari, ricevendo come risposta di essere un “soggetto non qualificato”.
Alla mia domanda, l’avvocato Franzoni rispose che tali informazioni non potevano essere fornite in quanto riguarderebbero dati sensibili, la cui diffusione violerebbe la privacy dei magistrati.
Ma sorge spontanea una riflessione: è davvero possibile che dati aggregati Quindi anonimi, privi di riferimenti personali — possano ledere la privacy?
Confesso che provo una profonda amarezza nel constatare come affermazioni di questo tipo vengano accettate senza alcun spirito critico. Ancora una volta, ho avuto la sensazione che ai cittadini siano state raccontate delle semplificazioni, se non vere e proprie distorsioni, su un tema così delicato.
Un Altro giorno, durante la campagna referendaria, partecipai a un incontro ad Albinea, un piccolo paese della provincia di Reggio Emilia. Si trattava di un confronto pubblico: per il “Sì” interveniva l’avvocato Nicola Tria, presidente della Camera Penale di Reggio Emilia, mentre per il “No” era presente il magistrato Francesco Panchieri, giudice della sezione penale del Tribunale cittadino.
Nel corso del mio intervento, richiamai l’attenzione sulla legge n. 18 del 2015, che disciplina la responsabilità dei magistrati per colpa grave. Una legge che trae origine dalla volontà popolare espressa nel referendum del 1988, nato sull’onda del caso Tortora: in quell’occasione, con un’affluenza del 65%, oltre l’80% dei cittadini si pronunciò a favore della possibilità di riconoscere le colpe gravi dei magistrati.
Sottolineai poi un dato estremamente significativo: dal 2015 Al 2025, su 851 esposti presentati, soltanto 15 casi sono stati riconosciuti come responsabilità per colpa grave ai sensi della normativa vigente. Un numero che dimostra, nella sostanza, come tale legge sia rimasta quasi del tutto inapplicata.
Ciò che mi colpì profondamente fu la risposta dell’avvocato, il quale dichiarò di non conoscere questa legge e sostenne addirittura che il referendum non avesse alcuna connessione con essa. Una posizione che lascia sconcertati.
Come si può non comprendere che quel referendum rappresentava un passaggio fondamentale? Era lo strumento attraverso cui i cittadini chiedevano con forza che le colpe gravi dei magistrati venissero finalmente riconosciute in modo effettivo. E soprattutto, che si introducesse un sistema capace di garantire un giudizio realmente imparziale, evitando così al cittadino l’ulteriore calvario di dover affrontare nuovi procedimenti davanti agli stessi meccanismi che avevano già prodotto l’ingiustizia, nella speranza — spesso vana — di ottenere un equo processo.
Alla fine, ciò che avrebbe dovuto essere un momento di riflessione sui diritti si è trasformato nell’ennesimo scontro tra politica e magistratura. E, ancora una volta, a prevalere è stata la magistratura.
Il risultato è che oggi questo potere esce ulteriormente rafforzato.
Si consolida, così, un sistema in cui chi esercita la funzione giudiziaria continua a incidere profondamente sulla vita dei cittadini senza essere chiamato, nei fatti, a rispondere degli errori che esso commette
Paghiamo, a mio avviso, il prezzo di una politica e di istituzioni che evidentemente sono ancora meno credibili della magistratura, incapaci di esercitare fino in fondo quel ruolo di controllo e garanzia che dovrebbe essere proprio di uno Stato di diritto. Le istituzioni non sono entità astratte: sono fatte dalle persone che le compongono. E quando manca il coraggio di assumersi responsabilità, l’intero sistema si indebolisce.
DA questo referendum Mi porto dentro molte cose: alcune hanno rafforzato le mie convinzioni, altre mi hanno sinceramente sorpreso.
A rafforzare ciò che già pensavo è stato vedere emergere, in alcuni momenti, la vera natura del sistema giustizia: la capacità di orientare e manipolare il pensiero dei cittadini, facendo leva sulla loro scarsa conoscenza della materia; il tentativo di far apparire giusto ciò che giusto non è; Arrivando perfino ad intimidire la libertà di espressione e di critica.
Ma accanto a questo, ci sono stati anche elementi che mi hanno colpito positivamente. Mi riferisco a quei magistrati e a quegli avvocati che hanno avuto il coraggio di raccontare una verità scomoda, che io conoscevo già, ma che loro hanno scelto di portare alla luce nella loro autorevolezza con responsabilità e dignità. Le loro parole hanno acceso una nuova consapevolezza, una nuova attenzione nei cittadini.
A queste persone va la mia più sincera ammirazione. Hanno dimostrato che è possibile mettere da parte interessi e privilegi per guardare davvero in faccia la giustizia e difendere, prima di tutto, i diritti dei cittadini.
Tutto questo non è stato vano.
Questo blog continuerà ad esistere: per questi magistrati, perché nulla venga dimenticato; per tutti coloro che hanno subito ingiustizie; per chi ha avuto il coraggio di credere nel cambiamento.
Ma anche per quella maggioranza di cittadini che non ha creduto, o non ha voluto credere al cambiamento e che forse un giorno potrà guardare a tutto questo con occhi diversi e ricredersi.
La strada è ancora lunga, ma l’obiettivo resta chiaro: arrivare a un giorno in cui anche i magistrati siano chiamati ad assumersi pienamente la responsabilità delle proprie azioni, quando si verificano travisamenti dei fatti e delle prove fondamentali in un processo; in questi casi Un sistema giusto non dovrebbe costringere un cittadino ad affrontare un grado di giudizio successivo nella speranza di incontrare, finalmente, magistrati realmente terzi e imparziali che garantiscano l’equo processo, qualità che dovrebbero essere garantite sin dal primo grado di giudizio, Solo così sarà possibile assicurare, in modo concreto, il diritto a un equo processo per tutti i cittadini.
Garantiamo i nostri Diritti: votiamo tutti SÌ. Adesso o mai più.
Questo referendum ha un obiettivo molto semplice: rafforzare le garanzie di un equo processo per i cittadini.
I magistrati che sostengono che il referendum non contribuisca a rendere più rapidi i processi hanno come obiettivo quello deviare l’attenzione dei cittadini dal nodo centrale della questione.
Il tema centrale è un altro: le garanzie del cittadino davanti alla giustizia. Se oggi siamo arrivati a questo punto, però, la responsabilità non può essere attribuita esclusivamente ai magistrati o al Consiglio Superiore della Magistratura. È necessario riconoscere che il problema coinvolge anche altri organi che dovrebbero assicurare trasparenza, controllo e il corretto funzionamento delle istituzioni.
Mi riferisco, ad esempio, all’ANAC, al Ministero della Giustizia – in particolare agli uffici della trasparenza e a quelli giuridici e legislativi – all’Ispettorato della funzione pubblica e agli uffici di gabinetto del Governo. In questi anni, l’unico segnale concreto di apertura e trasparenza è arrivato dall’ufficio del contenzioso del Governo.
Negli altri uffici citati, invece, si percepisce spesso l’esistenza di meccanismi interni consolidati nel tempo che finiscono per trasformarsi in una sorta di barriera: uno scudo che, di fatto, protegge atteggiamenti di chiusura e autoreferenzialità di una parte della magistratura, comprimendo i diritti dei cittadini alla trasparenza e a un processo realmente equo.
Il risultato è che, troppo spesso, il cittadino resta solo di fronte a un sistema che dovrebbe tutelarlo e che invece fatica a garantire pienamente quei principi di trasparenza, responsabilità e giustizia su cui si fonda lo Stato di diritto.
Le colpe gravi di un magistrato – come il travisamento dei fatti o delle prove – sono definite tali proprio perché evidenti, riconoscibili da chiunque, senza la necessità di particolari competenze giuridiche. Si tratta di fatti oggettivi, non di valutazioni soggettive.
Eppure, oggi il cittadino che subisce una sentenza fondata su una colpa grave dispone, di fatto, di un’unica strada: impugnarla nel grado successivo di giudizio. Questo lo costringe ad affidarsi nuovamente – e in modo sostanzialmente cieco – allo stesso sistema giudiziario che ha già commesso l’errore.
Una simile condizione rappresenta una profonda contraddizione per uno Stato di diritto. Quando chi amministra la giustizia può incorrere in errori così gravi senza un meccanismo di responsabilità realmente efficace e immediato, il rischio concreto è che il sistema finisca per tutelare se stesso più che i cittadini.
Nel frattempo, le conseguenze di quegli errori ricadono direttamente sulla vita delle persone, spesso segnandole in modo profondo e, talvolta, irreversibile.
Il Consiglio Superiore della Magistratura, così com’è oggi, non è un organo credibile. I numeri parlano chiaro: dal 2015 a oggi, su 851 casi avviati ai sensi della legge n. 18 del 2015, solo 15 sono stati accertati essere state colpe gravi da parte del magistrato. In ottant’anni —
Da quando è stato istituito il Consiglio Superiore della Magistratura — non risulta un solo caso in cui sia stata avviata un’azione disciplinare nei confronti di un magistrato a seguito della segnalazione diretta di un cittadino. La risposta? Sempre la stessa: ‘interpretazione del diritto, Un dato che dovrebbe far riflettere chiunque creda davvero nello Stato di diritto. E non finisce qui. Quando credi che la casta del sistema giustizia abbia raggiunto il punto più basso, la realtà riesce ancora a sorprenderti: capisci che questo fondo non ha una profondità misurabile.
Nel corso della mia vita è venuto a rafforzarsi il mio pensiero che la casta del sistema giustizia disprezzasse la vita del cittadino. Non avrei mai immaginato che potesse arrivare a tanto. Quando vengono richiesti dati aggregati tramite accesso civico (FOIA), il CSM risponde che il cittadino non sarebbe qualificato a ricevere questo tipo di informazioni. E quando viene presentata una richiesta di riesame, a decidere è lo stesso ufficio che aveva negato l’accesso. Dati aggregati..ma stiamo scherzando?
È possibile che casi come quello di Enzo Tortora e quello di Luca Palamara, solo per citarne alcuni, non abbiano insegnato nulla ai cittadini? Dopo il caso Tortora, gli italiani furono chiamati a esprimersi con un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Con un’affluenza di circa il 65%, l’80% dei votanti si pronunciò a favore della possibilità di chiamare i magistrati a rispondere delle loro colpe gravi. Da quella volontà popolare nacque la legge sulla responsabilità civile dei magistrati legge N.117 del 1988 (Legge Vassalli) Eppure, nella realtà dei fatti, quella legge si è rivelata quasi inapplicata, finendo di fatto per garantire ai magistrati una sostanziale impunità anche di fronte a errori gravi.( dal 2015 al 2015 15 casi accertati su 851 esposti).
Allo stesso tempo, il caso Palamara ha mostrato agli italiani un sistema di nomine nelle procure fortemente influenzato dalla politica: politici e consiglieri del Consiglio Superiore della Magistratura che discutevano delle nomine dei capi delle procure non negli uffici istituzionali, ma in incontri riservati negli hotel di lusso della capitale.
Il referendum è uno strumento fondamentale di democrazia. Ci offre la possibilità di esprimere un giudizio su quanto è stato fatto finora dalla magistratura, valutandone l’operato sulla base degli atti, delle sentenze e dei fatti — non su narrazioni di comodo.
Per troppo tempo decisioni discutibili hanno protetto equilibri e privilegi, mentre a pagarne il prezzo sono stati i cittadini. La vera preoccupazione della magistratura non è la separazione delle carriere. Di quella, in realtà, interessa poco o nulla. Ciò che davvero inquieta è un’altra cosa: dover finalmente rispondere delle proprie decisioni, delle sentenze pronunciate nei tribunali. Ciò che spaventa davvero è l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare capace di chiamare i magistrati a rispondere delle loro decisioni quando queste derivano da gravi errori, travisamenti delle prove o ricostruzioni dei fatti piegate a sostenere sentenze già scritte.
È questo il modello di Stato di diritto e di giustizia che si intende difendere?
Un modello che disprezza la vita dei cittadini e i loro diritti. È questa la concezione di democrazia fondata sui principi di trasparenza, buon andamento e imparzialità della Pubblica Amministrazione sanciti dall’articolo 97 della Costituzione?
E’ questo il sistema che ci viene raccontato come impeccabile?
E ‘questo il sistema che pretende fiducia cieca?
Facciamo capire alla casta del sistema giustizia che i cittadini di oggi sono cittadini consapevoli, informati, capaci di ragionare con la propria testa e di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è.
Io chiedo trasparenza.
Chiedo responsabilità.
Chiedo che il cittadino torni al centro della giustizia e delle istituzioni.
Perché la giustizia esiste per servire i cittadini, non per proteggere se stessa.
Adesso è il momento di scegliere. Di scegliere con consapevolezza. Di scegliere con coraggio.
mille motivi per votare “si” al referendum sulla giustizia
Non lasciamoci ingannare.
Credete davvero che il sistema giudiziario italiano abbia a cuore i diritti dei cittadini?
O non è forse più impegnato solo a difendere sé stesso, il proprio potere, i propri privilegi e l’impunità per i propri errori?
È sotto gli occhi di tutti come le forti resistenze manifestate dalla magistratura nel suo complesso – in un contesto in cui, allo stato attuale, non risulta alcun magistrato in servizio che si SIA espresso pubblicamente a favore della riforma – rivelino la natura profondamente autoreferenziale del sistema.
Un sistema che, nel tempo, si è chiuso su sé stesso.
Un sistema in cui nessuno ha il coraggio di esprimere un’opinione critica senza mettere seriamente a rischio la propria carriera professionale.
Un sistema che non ammette il dissenso, perché il dissenso non è considerato una risorsa, ma una colpa.
Non a caso, le critiche più lucide e oneste emergono sempre solo dopo l’uscita dalla magistratura.
Quando si è finalmente liberi da condizionamenti, gerarchie e ritorsioni silenziose.
Quando parlare non costa più la carriera , vedi caso palamara, DE magistris, di pietro, SAlvato (ex procuratore della cassazione) , Ed è proprio questo silenzio forzato, questo conformismo imposto, a rendere indispensabile una riforma profonda.
Perché un sistema che teme il confronto e soffoca le voci critiche non può garantire né giustizia né un equo processo..
Tali resistenze non appaiono riconducibili principalmente né alla separazione delle carriere, né all’eventuale istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, bensì al timore connesso all’introduzione di un’Alta Corte disciplinare, idonea a incidere in modo effettivo sul principio di responsabilità dei magistrati.
Un organo che, ove realmente indipendente, sarebbe chiamato a esercitare un controllo più rigoroso ed effettivo in materia di responsabilità disciplinare dei magistrati, a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, in particolare nei casi di violazione del diritto a un equo processo sin dai primi gradi di giudizio.
Alla luce della mia esperienza personale, ritengo che l’attuale sistema della giustizia presenti gravi criticità in termini di credibilità. la percezione è che le sentenze vengono impacchettate E infiocchettatE senza una piena e corretta valutazione delle prove regolarmente depositate agli atti.
Ritengo che nelle aule di tribunale sembra esistere un confine invisibile che non deve essere oltrepassato. Le prove che richiamano la legge sulle colpe gravi del magistrato, pur previste dall’ordinamento, appaiono di fatto inammissibili. Nelle sentenze, ogni riferimento a quella normativa sembra scomparire.
Ho avuto la netta impressione che anche il solo nominarla rappresenti un atto scomodo, qualcosa da neutralizzare piuttosto che da valutare. Chi prova a insistere deve essere fatto tacere, non come un cittadino che esercita un diritto.
Ancora più inquietante è la sensazione che questa chiusura possa estendersi anche a chi difende tali argomentazioni: come se sostenere una linea difensiva fondata sulla responsabilità del magistrato fosse visto non come un legittimo esercizio della professione forense, ma come una scelta da scoraggiare.
Questo sistema viene chiamato “giustizia”. Io, per ciò che ho vissuto, lo percepisco diversamente: come un meccanismo che non tollera il controllo, il dissenso e l’applicazione concreta delle regole quando queste toccano il potere. Ed è per questo che, nella mia esperienza, non ho avvertito giustizia, ma un senso profondo di sopraffazione.
Il caso Palamara e la testimonianza che questo magistrato continua a riportare nelle trasmissioni televisive su quanto accadeva all’interno della sezione disciplinare del CSM, e persino su un eventuale ricorso alla Corte costituzionale, avvalorano il fatto che coloro che avrebbero dovuto vigilare e sovraintendere sull’operato dei magistrati, per garantire l’equo processo ai cittadini, non lo hanno fatto.
Dietro ogni errore giudiziario non ci sono “fascicoli”, ma persone reali: vite spezzate, famiglie distrutte, reputazioni annientate, anni di vita sottratti per sempre a innocenti.
Ciò che colpisce, in molti casi, è la totale assenza di responsabilità e di autocritica da parte della magistratura, come se il danno umano prodotto dalle decisioni giudiziarie non avesse alcuna rilevanza.
Sostenere che la soluzione alle criticità della giustizia risieda semplicemente nell’aumento del numero dei magistrati, significa eludere il problema strutturale del sistema giudiziario. Una simile impostazione rischia infatti di alimentare un apparato che continua a espandersi e a riprodursi secondo logiche autoreferenziali, spesso sotto l’influenza dei propri “Maestri” e dei consolidati modelli formativi e culturali, in assenza di reali ed efficaci meccanismi di controllo e di responsabilità.
Il sistema giudiziario continua a sostenere, in modo fuorviante, che La riforma della giustizia porrebbe il Pubblico Ministero sotto il controllo del potere esecutivo. Questa affermazione elude però una verità che ritengo essere ben più concreta e verificabilE, ovvero che gli avvocati, che dovrebbero essere i primi e autentici difensori dei diritti dei cittadini, operano di fatto in una condizione di subordinazione rispetto ai giudici, all’interno di un sistema che ne comprime l’indipendenza e ne svuota il ruolo di garanzia.
Ma davvero il cittadino può ritenere equo un processo in cui magistrati, prima o dopo l’udienza, banchettano insieme?
È più credibile un sistema in cui giudici e pubblici ministeri condividono pranzi, carriere e ambienti,
oppure uno in cui siedono finalmente a tavoli separati?
Ai fini della fiducia dei cittadini nella giustizia, è opportuno interrogarsi su quanto la vicinanza professionale e ambientale tra giudici e pubblici ministeri possa incidere sulla percezione di imparzialità.
Un sistema che rafforza la separazione dei ruoli e dei percorsi non contribuirebbe forse a rendere il processo più credibile agli occhi dell’opinione pubblica?
Il tempo delle violazioni sistematiche dei diritti del cittadino sta giungendo al termine. Auspico che, con questa riforma, la legalità possa finalmente affermarsi soprattutto sulla trasparenza, Sull’equo processo e sulle colpe gravi da parte del magistrato, divenendo principi concreti e non solo enunciati. Solo così lo Stato di diritto potrà trovare reale e compiuta applicazione, a tutela dei nostri diritti e di quelli delle future generazioni.
